

Filerimos e Kamiros. Kamiros, in splendida posizione con la sua piccola ma importante acropoli, e Filerimos, la terra dei pavoni con il suo grande santuario, erano due delle tre città-stato dell’antica Rodi, insieme a Lindos.
Ma iniziamo con ordine… da Filerimos.
Filerimos Karimos – Arrivo a Filerimos
Lungo la salita verso Filerimos, una piccola cappella di Profitis Ilias invita a fermarsi un attimo, dopo aver ammirato il panorama circostante.

Dalla forma semplice e dal piccolo campanile è una presenza molto tipica nel paesaggio greco: le chiesette di Profitis Ilias (il Profeta Elia) sorgono quasi sempre in punti elevati o lungo i percorsi in salita, come segno di protezione per chi cammina.

All’interno, il silenzio, le icone e le candele raccontano una fede semplice, antica, profondamente legata a questa collina.”


Arriviamo finalmente in cima al colle e subito ci rendiamo conto perché si chiama anche “la terra dei pavoni”: ed ecco il motivo (si vedono tanti pavoni).

Filerimos Karimos – Un po’ di Storia di Filerimos
Filerimos fu l’acropoli dell’antica Ialyssos, ma in epoca bizantina – intorno al IX-X secolo – l’area venne trasformata in una vera e propria cittadella fortificata, per proteggere la popolazione dalle incursioni saracene.
Non è difficile scorgere sul terreno i pochi resti dell’Acropoli, le cui pietre furono reimpiegate nella costruzione della cittadella e degli altri edifici…
UN CHIARO ESSEMPIO DI REIMPIEGO ARCHITETTONICO

Il complesso non nacque tutto insieme, ma si sviluppò in tre fasi principali.
Tutto ebbe inizio come centro religioso pagano, ma con l’avvento del cristianesimo il tempio di Atena venne smantellato.
Il monastero che vediamo oggi, risalente al XIV secolo, fu voluto dai Cavalieri di San Giovanni dopo la conquista dell’isola nel 1309. Venne ricostruito in stile gotico sopra le strutture precedenti.

Furono loro i principali artefici del complesso medievale.
Volevano creare un luogo che fosse allo stesso tempo santuario spirituale e punto di avvistamento militare, sfruttando la posizione strategica della collina.
Filerimos Karimos – Chiesa di San Giorgio dei Cavalieri (Filerimos)
La prima traccia importante che i cavalieri di San Giovanni lasciano di sé, è senza dubbio la chiesa di San Giorgio dei Cavalieri.

E’ una struttura parzialmente scavata nella roccia che risale al periodo gotico del XIV-XV secolo. E’ una struttura parzialmente scavata nella roccia che risale al periodo gotico del XIV-XV secolo. L’interno, con l’icona della Madonna e le pareti in pietra, è la cappella sotterranea, la piccola chiesa di san Giorgio.
E’ un luogo molto intimo che contrasta con la maestosità dell’altopiano esterno. La chiesa non era accessibile al popolo, ma era stata costruita ad uso esclusivo dei cavalieri.

Filerimos Kamiros – La Cappella Oratorio
Poco distante incontriamo una piccola cappella-oratorio scavata nella roccia, parte del complesso sacro di Filerimos.

Si tratta di uno dei minuscoli luoghi di culto che i Cavalieri di San Giovanni utilizzavano come spazio di preghiera e meditazione. Le pareti sono interamente coperte da affreschi medievali, oggi molto consumati dal tempo, che raffigurano scene sacre e figure di santi secondo la tradizione bizantina.

Filerimos significa “Amico della Solitudine ed era un luogo di profonda devozione mariana. Ma chi volle la nascita di questo complesso?
“Furono ancora i Cavalieri gli artefici di tutto questo. Qui, sulla sommità della collina, spiritualità e difesa si fusero in un unico disegno: un luogo di raccoglimento che dominava l’isola e ne scrutava l’orizzonte.”

Nei momenti di pericolo – soprattutto durante gli attacchi dei Turchi – le mura della fortificazione bizantina e medievale offrivano rifugio agli abitanti della piana sottostante
L’intervento Italiano
Negli anni Venti e Trenta del Novecento, durante l’occupazione italiana di Rodi, il sito fu oggetto di un massiccio intervento di restauro. Gli architetti italiani vollero riportarlo al suo “antico splendore” medievale, per celebrare la storia latina dell’isola.
Furono così rielaborati i portici e la torre campanaria,


la facciata principale del monastero e il bellissimo chiostro di Nostra Signora di Filerimos,


e, infine, il viale di cipressi chiamato Via Crucis, che conduce alla grande Croce, anch’essa ricostruita dagli Italiani, che tanto si erano impegnati nel decoro dell’isola di Rodi.

Video con Commento Audio
Filerimos Kamiros – Un po’ di Storia di Kamiros
Nonostante da Filerimos a Kamiros il salto sia breve, appena dodici chilometri, qui ci troviamo in un mondo completamente diverso, che racconta storie lontane molti secoli.
Se a Filerimos camminavamo tra strutture ancora perfettamente conservate, qui entriamo in un’acropoli fatta di resti: i frammenti di un’antica città che dobbiamo interpretare, immaginare, ricostruire mentalmente.

Sono le pietre, il paesaggio e i cartelli esplicativi a guidarci, aiutandoci a capire quale fosse l’uso, la funzione, la vita che un tempo animava questo luogo.
Il caldo è insopportabile, ma per fortuna non dobbiamo affrontare salite o lunghe scalinate; con l’auto arriviamo direttamente in prossimità dell’acropoli.

Kamiros è una delle tre grandi città dell’antica Rodi, insieme a Ialyssos e Lindos. Fiorì soprattutto tra il V e il III secolo a.C., quando l’isola era un importante crocevia commerciale del Mediterraneo.
Qui non vediamo templi ricostruiti o monumenti intatti: ciò che resta è una città vera, distesa sul fianco della collina, fatta di strade, terrazze, case, cisterne. È una città che dobbiamo immaginare, più che osservare.


Kamiros non fu distrutta da una guerra, ma dal tempo e dai terremoti.
Venne lentamente abbandonata, lasciata scivolare nel silenzio. Proprio per questo oggi ci appare autentica: non un museo all’aperto, ma il fantasma di una città reale, dove la vita scorreva tra l’acropoli, l’agorà e le abitazioni affacciate sul mare.

Dalle strutture ancora vive di Filerimos alle rovine silenziose di Kamiros, Rodi ci mostra due volti della sua storia: quello della continuità e quello della memoria.
Qui il tempo non è scomparso: si è semplicemente fermato. E sta a noi, oggi, provare a rimetterlo in movimento con lo sguardo e con l’immaginazione.

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